2010 Bye Bye Forever

"Oh brave new world" by distorted mirages

Ho letto su una rivista femminile un pezzo che mi sembra meravigliosamente in tema con l’augurio per un anno migliore, in qualunque momento VOI decidiate di farlo iniziare. Prendetevi due minuti per leggerlo, è scritto per la carta stampata e quindi ignora il registro di internet ma, parola della vostra blogger-dj preferita, ne vale ogni minuto speso nella lettura.

Turn on, tune in, drop out.

“Ti chiedi amica mia come sarà l’anno che verrà, e mentre penso al tuo pensiero mi viene in mente la placida corrente del Nilo, e una feluca senza motore, né direzione, preda della rosa dei Venti e delle stagioni. Sarà che non credo nelle scadenze e non festeggio il capodanno, peraltro come altri popoli che non contano gli anni: se chiedi ad un indonesiano l’età riceverai solo un sorriso, in cambio. Non credi sia buffa l’ansia collettiva di fine anno?

Piuttosto che scrutare le stelle dal 15 al 30 dicembre, non sarebbe meglio guardarsi dentro tutte le sere, chiedendosi magari com’è andata, come non è andata, abbiamo preso qualche buca per strada? Se sì quale? Tanto per prenderne di originali domani. Tanto per evolvere, e crescere ed evitare repliche indesiderate. Mi ricordo di una lontana parente che per un certo periodo mi chiamava regolarmente per darmi la seguente novella: “E anche questa settimana non è successo niente”. Come se le cose discendessero dal Pianeta Papalla. Come se non fossimo quotidianamente davanti alla nostra tela.

Siamo talmente abituati a pensare dentro categorie certificate, lo spumante a mezzanotte, il panettone a Natale, le candeline sulla torta, che se a qualcuno venisse la fantastica idea di offrirci un calice di Moet & Chandon un lunedì sera di pioggia del 28 gennaio, così, senza un motivo, ci farebbe strano. Probabilmente chiederemmo: che cosa festeggiamo? E’ questo il punto. Cosa vuoi festeggiare, amica mia, se continui a leggere l’oroscopo in poltrona, la stessa su cui ammuffirai l’anno venturo, chiedendo che il fato intervenga a far di te altro da ciò che ti fai da sola. E allora che si fa? Mi torna in mente una frase strepitosa di Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere”. Per prima cosa, ti prego, non ti lamentare. Uno dei cataclismi nazionali, ormai noto anche oltre confine, è l’insopportabile tendenza al piagnucolio. Un fidanzato ti ammorba? Lascialo. Un lavoro ti frustra? Cambialo. Un amico ti esaspera? Diglielo. Ti piacerebbe sentirti utile? Lavora per un po’ tra i barboni. Riscopri, nelle ore vacue, la bellezza del sacrificio.

E soprattutto: abbi coraggio. Il paradiso è degli intrepidi. Chiediti cosa ti piace e mettilo in pratica. Cucinare? Invita ospiti paganti, a casa. Scrivere? Allora leggi, tanto e impara a essere consapevole: solo così avrai le parole per raccontare te stessa e il mondo. E non è vero che tutto funziona con la raccomandazione, quella è la scusa dei bambini pigri, vittime di una società marcia. Lavorare paga. Una mia amica, ex giornalista infelice, figlia di giornalista, ha trovato la sua voce disegnando abiti. Un mio amico è partito per l’India con meno di mille euro in tasca, perché, mi ha detto, con un sorriso da bimbo antico, “io voglio fare le foto e basta”. L’anno scorso ha fatto il pieno di premi. Lavorare paga. Ma devi scoprire in cosa investire. Il talento in fondo è un’ossessione. Trovatene uno, amica mia, e fagli le coccole tutti i giorni,e  fra qualche anno ti farà bere un calice di champagne un lunedì 28 gennaio, e non ti chiederai il perché: saprai di meritarlo.”

Foto | Deviantart
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